top of page

Referendum in questo clima? Per me adesso la risposta è NO!

  • Immagine del redattore: Caricasole Flavio
    Caricasole Flavio
  • 21 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Il referendum sulla separazione delle carriere nella magistratura viene spesso raccontato come uno scontro interno alla categoria.

Pubblici ministeri da una parte, giudici dall’altra.

In realtà la questione è più ampia. Non riguarda un equilibrio corporativo. Riguarda l’equilibrio tra poteri dello Stato e, soprattutto, le garanzie dei cittadini.


La Costituzione della Repubblica Italiana, agli articoli 101 e seguenti, afferma un principio chiaro: la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.


È uno dei pilastri della separazione dei poteri.

Il giudice è soggetto soltanto alla legge.

Il pubblico ministero esercita l’azione penale obbligatoriamente.


La proposta di separare le carriere prevede che chi sceglie la funzione requirente (pubblico ministero) non possa più passare a quella giudicante (giudice) e viceversa, con percorsi professionali e organi di governo distinti.


Quali sono i vantaggi indicati dai sostenitori?

Si sostiene che una distinzione più netta rafforzerebbe l’imparzialità del giudice, evitando la percezione di una “vicinanza culturale” tra giudicante e requirente. Si afferma che un sistema più simile a quello accusatorio puro renderebbe più chiari i ruoli nel processo penale.


Quali sono i rischi evidenziati dai critici?

Il timore è che una separazione rigida possa avvicinare il pubblico ministero all’esecutivo, soprattutto se accompagnata da modifiche nel sistema di governo autonomo. Se il PM venisse percepito come parte dell’accusa in senso politico, l’equilibrio cambierebbe. E cambierebbe non a favore della neutralità.


Il punto decisivo è questo: la separazione delle carriere non può diventare un mezzo per alterare la separazione dei poteri.


Se la riforma si limitasse a organizzare in modo diverso i percorsi professionali, restando dentro il perimetro dell’autonomia e indipendenza costituzionale, sarebbe un tema tecnico, discutibile ma legittimo.


Se invece diventasse uno strumento per ridurre l’autonomia del pubblico ministero o per rafforzare l’influenza dell’esecutivo sull’azione penale, allora il problema sarebbe sistemico. Non riguarderebbe più l’assetto interno della magistratura, ma l’equilibrio tra poteri.


Chi perderebbe in questo caso?

Non la magistratura come categoria. Non i giudici come professionisti. Perderebbero i cittadini.


Perché l’indipendenza del giudice e del pubblico ministero non è un privilegio corporativo.

È una garanzia per chi è imputato, per chi è vittima, per chi chiede tutela dei propri diritti.

È la condizione che permette di affrontare un processo sapendo che la decisione non dipende da pressioni politiche o da convenienze di governo.


In una democrazia costituzionale, i poteri si bilanciano proprio per proteggere il cittadino dall’arbitrio.

Ogni riforma è legittima se rafforza questo equilibrio. Diventa problematica se lo inclina in modo permanente.


Il referendum, qualunque sia l’esito, dovrebbe essere affrontato con questa consapevolezza: non si tratta di scegliere tra “magistrati sì” o “magistrati no”.


Si tratta di valutare se l’assetto proposto tutela meglio o peggio la posizione del cittadino davanti allo Stato.


La vera domanda non è chi vince nel breve periodo.

La domanda è quale modello di giustizia offre maggiori garanzie nel lungo periodo.

Perché quando si tocca l’equilibrio tra i poteri, la posta in gioco non è un assetto organizzativo. È la qualità della nostra democrazia.

Commenti


bottom of page