Il parassitismo sociale: quando il ruolo esiste, ma la funzione no
In ogni organismo esistono cellule che collaborano al funzionamento complessivo.
Se una cellula smette di contribuire ma continua ad assorbire risorse, nasce uno squilibrio.
Anche nella società accade e possiamo chiamarlo vero e proprio parassitismo sociale.
Chiariamo subito però che non stiamo parlando di chi è fragile, chi è in difficoltà, chi riceve sostegno perché ne ha bisogno. Quella si chiama solidarietà, non è parassitismo ed è sintomo di civiltà.
Il parassitismo è un’altra cosa.
È quando esistono posizioni, incarichi, consulenze, enti, strutture che:
ricevono compensi pubblici o privati,
non producono valore reale misurabile,
sopravvivono per inerzia o appartenenza,
vengono mantenuti per equilibri politici o relazioni di potere.
Il punto non è lo stipendio.
Il punto è la funzione.
Un ruolo pubblico o para-pubblico dovrebbe rispondere a tre domande semplici:
A cosa serve?
Quale risultato produce?
Chi verifica che quel risultato esista?
Se a queste domande non c’è risposta chiara, siamo davanti a un potenziale meccanismo parassitario.
Le forme più diffuse
Il parassitismo moderno raramente è clamoroso. È silenzioso.
Può assumere forme diverse:
enti che duplicano funzioni già esistenti;
consigli di amministrazione simbolici;
consulenze reiterate senza impatto verificabile;
incarichi fiduciari usati come ricompensa;
strutture create per equilibri interni e poi mai più valutate.
Non sempre c’è illegalità. Spesso c’è semplicemente assenza di valutazione.
Il problema non è morale. È strutturale.
Ogni risorsa assorbita senza generare valore è una risorsa sottratta a scuola, sanità, innovazione, sicurezza, riduzione del debito.
Il legame con i “tumori” di sistema
Il parassitismo raramente nasce da solo.
Spesso è figlio di reti di interesse, di appartenenze, di scambi impliciti.
È la zona grigia che tiene insieme potere e consenso.
Non è l’esplosione scandalistica.
È l’accumulo silenzioso.
E nel tempo produce due effetti devastanti:
disaffezione dei cittadini;
fuga del merito.
Perché chi è competente e motivato non accetta a lungo un sistema dove la posizione conta più del contributo.
La distinzione necessaria
Attenzione però a una cosa fondamentale.
Non tutto ciò che è pubblico è inefficiente.
Non tutto ciò che non produce profitto è inutile.
Esistono funzioni essenziali che non si misurano solo in termini economici: cultura, ricerca di base, tutela del territorio, coesione sociale.
Il criterio non è il profitto. È l’utilità verificabile.
La vera riforma
La cura del parassitismo non è il taglio cieco. È la valutazione continua.
Obiettivi chiari per ogni incarico.
Indicatori pubblici di risultato.
Revisione periodica delle strutture.
Eliminazione automatica delle funzioni ridondanti.
Accesso competitivo e meritocratico agli incarichi.
Un sistema sano non umilia chi lavora.
Premia chi contribuisce.
La domanda finale è semplice: quante energie collettive vengono oggi assorbite da ruoli che nessuno sa più spiegare?
E siamo disposti ad affrontare questa domanda senza trasformarla in guerra ideologica, ma in riforma strutturale?
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