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Il parassitismo sociale: quando il ruolo esiste, ma la funzione no

  • Immagine del redattore: Caricasole Flavio
    Caricasole Flavio
  • 25 mar
  • Tempo di lettura: 2 min

In ogni organismo esistono cellule che collaborano al funzionamento complessivo.

Se una cellula smette di contribuire ma continua ad assorbire risorse, nasce uno squilibrio.


Anche nella società accade e possiamo chiamarlo vero e proprio parassitismo sociale.


Chiariamo subito però che non stiamo parlando di chi è fragile, chi è in difficoltà, chi riceve sostegno perché ne ha bisogno. Quella si chiama solidarietà, non è parassitismo ed è sintomo di civiltà.


Il parassitismo è un’altra cosa.

È quando esistono posizioni, incarichi, consulenze, enti, strutture che:

  • ricevono compensi pubblici o privati,

  • non producono valore reale misurabile,

  • sopravvivono per inerzia o appartenenza,

  • vengono mantenuti per equilibri politici o relazioni di potere.

Il punto non è lo stipendio.

Il punto è la funzione.


Un ruolo pubblico o para-pubblico dovrebbe rispondere a tre domande semplici:

  1. A cosa serve?

  2. Quale risultato produce?

  3. Chi verifica che quel risultato esista?

Se a queste domande non c’è risposta chiara, siamo davanti a un potenziale meccanismo parassitario.


Le forme più diffuse

Il parassitismo moderno raramente è clamoroso. È silenzioso.

Può assumere forme diverse:

  • enti che duplicano funzioni già esistenti;

  • consigli di amministrazione simbolici;

  • consulenze reiterate senza impatto verificabile;

  • incarichi fiduciari usati come ricompensa;

  • strutture create per equilibri interni e poi mai più valutate.

Non sempre c’è illegalità. Spesso c’è semplicemente assenza di valutazione.

Il problema non è morale. È strutturale.


Ogni risorsa assorbita senza generare valore è una risorsa sottratta a scuola, sanità, innovazione, sicurezza, riduzione del debito.


Il legame con i “tumori” di sistema

Il parassitismo raramente nasce da solo.

Spesso è figlio di reti di interesse, di appartenenze, di scambi impliciti.


È la zona grigia che tiene insieme potere e consenso.

Non è l’esplosione scandalistica.

È l’accumulo silenzioso.

E nel tempo produce due effetti devastanti:

  • disaffezione dei cittadini;

  • fuga del merito.


Perché chi è competente e motivato non accetta a lungo un sistema dove la posizione conta più del contributo.


La distinzione necessaria

Attenzione però a una cosa fondamentale.

Non tutto ciò che è pubblico è inefficiente.

Non tutto ciò che non produce profitto è inutile.

Esistono funzioni essenziali che non si misurano solo in termini economici: cultura, ricerca di base, tutela del territorio, coesione sociale.


Il criterio non è il profitto. È l’utilità verificabile.


La vera riforma

La cura del parassitismo non è il taglio cieco. È la valutazione continua.

  • Obiettivi chiari per ogni incarico.

  • Indicatori pubblici di risultato.

  • Revisione periodica delle strutture.

  • Eliminazione automatica delle funzioni ridondanti.

  • Accesso competitivo e meritocratico agli incarichi.

Un sistema sano non umilia chi lavora.

Premia chi contribuisce.


La domanda finale è semplice: quante energie collettive vengono oggi assorbite da ruoli che nessuno sa più spiegare?


E siamo disposti ad affrontare questa domanda senza trasformarla in guerra ideologica, ma in riforma strutturale?

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