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Alla NATO serve un ambasciatore, non un incendiario.

28 set
Tempo di lettura: 4 min

Ci sono incarichi pubblici nei quali le parole hanno un peso molto maggiore di quello che normalmente attribuiamo a una dichiarazione politica.


Il Segretario generale della NATO occupa certamente uno di questi incarichi.

Mark Rutte non parla soltanto a nome di sé stesso: rappresenta pubblicamente un'Alleanza di 32 Paesi, con una capacità militare enorme e con una responsabilità ancora più grande nel mantenimento della sicurezza internazionale.

È proprio per questo che, ascoltando alcune delle sue dichiarazioni di questi mesi, non posso evitare una certa preoccupazione.

Rutte insiste, naturalmente, sulla necessità di rafforzare la deterrenza, aumentare le capacità militari degli alleati e prepararsi a una situazione internazionale nella quale la minaccia russa viene considerata dalla NATO un problema di lungo periodo.

Sono temi reali e non possono essere ignorati.

La NATO stessa definisce oggi la deterrenza e la difesa come il cuore della propria strategia.


Il problema, però, non è che la NATO debba essere forte.

Il problema è come quella forza viene raccontata e utilizzata nella comunicazione pubblica.

Perché siamo in una fase nella quale gli equilibri internazionali sono estremamente fragili.

La guerra in Ucraina continua, il confronto tra grandi potenze si intreccia con quello economico e tecnologico, esistono più teatri di crisi contemporaneamente e gli strumenti militari a disposizione degli Stati sono diventati tali che un errore di valutazione potrebbe avere conseguenze enormi.


In una situazione del genere, io credo che il compito di chi rappresenta la NATO dovrebbe essere, prima di tutto, quello di evitare che la tensione salga ulteriormente quando non è necessario.

E qui nasce il mio problema con Rutte.


Non mi convince l'idea che la credibilità della NATO debba essere continuamente dimostrata attraverso dichiarazioni sempre più dure, attraverso il confronto verbale o attraverso la ricerca di formule che mostrino all'avversario quanto siamo pronti a reagire.

La deterrenza è necessaria, certamente. Ma deterrenza non significa necessariamente alzare continuamente il volume della propria voce.

Anzi, potrebbe essere esattamente il contrario.

Più è grande la forza che si rappresenta, maggiore dovrebbe essere la prudenza con cui la si comunica.

Questo principio dovrebbe valere soprattutto per chi occupa una posizione come quella di Rutte.

Perché le sue parole possono essere interpretate in molti modi: dai governi, dai mercati, dagli eserciti, dai diplomatici e, soprattutto, dalle opinioni pubbliche.

E oggi sappiamo quanto rapidamente una dichiarazione possa trasformarsi in un titolo, un titolo in una reazione politica e una reazione politica in un ulteriore irrigidimento delle posizioni.

È un meccanismo che dovremmo conoscere bene.

In un mondo pieno di contenitori di nitroglicerina, non possiamo permetterci di sottovalutare il valore di un innesco.

Per questo continuo a pensare che, in una posizione come quella del Segretario generale della NATO, avremmo bisogno di una figura diversa.


Avremmo bisogno di un ambasciatore, non di un incendiario

Non nel senso burocratico del termine, naturalmente.

E nemmeno di una persona debole, accomodante o incapace di difendere gli interessi dell'Alleanza.

Al contrario: servirebbe una persona capace di rappresentare la forza della NATO proprio attraverso la propria capacità di controllarla.

Un ambasciatore conosce il peso delle parole.

Sa che si può essere fermissimi senza essere provocatori, che si può respingere una minaccia senza trasformare ogni dichiarazione in una sfida, che si può difendere una posizione lasciando contemporaneamente aperta una porta al dialogo.


Un ambasciatore non confonde la fermezza con l'escalation.

E soprattutto sa che parlare con l'avversario non significa diventare suo alleato, così come cercare un accordo non significa arrendersi.

Questa mi sembra una distinzione fondamentale, soprattutto oggi.

Perché stiamo assistendo a una progressiva militarizzazione del linguaggio politico. Sempre più spesso il dibattito pubblico sembra funzionare secondo una logica elementare: chi parla più duramente appare più forte, chi propone prudenza viene considerato debole, chi cerca un compromesso viene accusato di cedere.

Ma la politica internazionale non è una gara a chi pronuncia la frase più aggressiva.


Quando sono in gioco potenze militari e armi nucleari, la capacità di abbassare la tensione può essere una forma di forza molto più importante della capacità di alzarla.

Ed è qui che, a mio avviso, il ruolo di Rutte diventa delicato e potenzialmente pericoloso.

Non perché la NATO debba rinunciare alla propria funzione di deterrenza.

Non perché debba accettare passivamente le minacce.

E nemmeno perché la sicurezza dell'Europa possa essere affidata alla buona volontà degli altri.

Ma proprio perché la NATO è forte, chi la rappresenta dovrebbe avere una responsabilità particolare nel non trasformare la forza in una continua rappresentazione dello scontro.

La pace non si mantiene soltanto mostrando di essere pronti a combattere.

Si mantiene anche facendo in modo che, quando arriva il momento della crisi, esista ancora qualcuno disposto ad ascoltare e qualcuno capace di parlare.


Ed è questa, forse, la qualità che oggi mi sembra mancare maggiormente nel dibattito internazionale: non la forza, ma la capacità di governarla.

Per questo, se dovessi scegliere una sola parola per descrivere ciò di cui avremmo bisogno alla guida della comunicazione politica della NATO, non sceglierei "combattente", né "duro", né "inflessibile": sceglierei ambasciatore.


Un ambasciatore della deterrenza, ma anche del dialogo.

Un ambasciatore della fermezza, ma anche della prudenza.

Una persona che sappia spiegare agli alleati perché devono essere forti e, contemporaneamente, convincere gli avversari che quella forza non è destinata necessariamente a diventare guerra.

Perché in questo momento storico il vero successo della NATO non dovrebbe essere dimostrare quanto è pronta a combattere.

Dovrebbe essere riuscire a fare in modo che non sia costretta a farlo.

E forse è proprio questa la differenza tra chi sa esercitare il potere e chi sa anche governare le conseguenze delle proprie parole.

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