Giocare, giocare ancora e poi rigiocare
- 22 lug
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Uno Stato può educare al lavoro e contemporaneamente incentivare l’azzardo?
Ci sono contraddizioni che abbiamo smesso perfino di vedere.
Da una parte si chiede ai cittadini impegno, responsabilità, cultura del lavoro, sacrificio quotidiano.
Dall’altra si moltiplicano strumenti di gioco d’azzardo sempre più diffusi, accessibili e psicologicamente costruiti per spingere a giocare ancora.
Gratta e vinci. Superenalotto. Lotto. Scommesse diffuse ovunque.
E la domanda è semplice:
che senso ha che uno Stato favorisca tutto questo?
Perché è difficile sostenere che il problema riguardi soltanto la “libertà individuale” quando interi sistemi vengono progettati per creare abitudine, aspettativa e dipendenza emotiva.
Un montepremi da 160 milioni di euro non esiste per premiare qualcuno.
Esiste per attirare milioni di nuove giocate.
Per alimentare l’idea che la soluzione alla propria vita possa arrivare improvvisamente, senza percorso, senza costruzione, senza lavoro.
Ed è qui che nasce il problema culturale.
Uno Stato non dovrebbe educare i cittadini all’illusione della scorciatoia permanente.
Non dovrebbe alimentare meccanismi che, soprattutto nelle fasce economicamente più fragili, trasformano la speranza in dipendenza.
Perché il gioco d’azzardo di massa colpisce raramente chi è ricco.
Colpisce soprattutto chi vive difficoltà economiche, solitudine, fragilità sociale o mancanza di prospettive.
E allora la domanda diventa ancora più dura: è accettabile che lo Stato raccolga entrate fiscali attraverso sistemi che contribuiscono alla ludopatia e alla disperazione sociale?
Una democrazia matura dovrebbe aiutare i cittadini a costruire futuro attraverso istruzione, lavoro, stabilità e opportunità reali.
Non attraverso la vendita sistematica di speranze statisticamente irraggiungibili.
Quando lo Stato normalizza l’azzardo come abitudine quotidiana, smette lentamente di educare alla responsabilità.
E inizia, invece, a suggerire vie di fuga.
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