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I presunti tutori della patria

  • Immagine del redattore: Caricasole Flavio
    Caricasole Flavio
  • 27 mag
  • Tempo di lettura: 1 min

Ci sono momenti in cui i simboli diventano intoccabili.

La bandiera. La divisa. L’inno nazionale.

Si difendono a prescindere. Si blindano. Si trasformano in qualcosa che non può essere messo in discussione.

Anche quando i comportamenti concreti raccontano altro.

Anche quando emergono errori, abusi, responsabilità.


In quei casi, invece di affrontare il problema, spesso si reagisce in modo diverso: si chiede immunità, si minimizza, si depista, si copre.

Per “difendere il simbolo”.


Ma siamo sicuri che sia davvero difesa?

O è, al contrario, un segnale di debolezza?


Perché una società forte non ha bisogno di proteggere i simboli dalla realtà.

Li rafforza proprio attraverso la realtà.


Una divisa è credibile se chi la indossa risponde delle proprie azioni.

Una bandiera è rispettata se rappresenta valori vissuti, non solo dichiarati.

Un inno ha senso se nasce da un’appartenenza consapevole, non da un automatismo.


Quando invece i simboli diventano uno scudo per evitare il confronto, qualcosa si incrina.

Perché si passa dal rispetto alla difesa cieca.

Dall’orgoglio alla retorica.

Dalla forza alla fragilità.


Cosa stiamo davvero difendendo?

I valori che quei simboli dovrebbero rappresentare? O i simboli stessi, svuotati però di significato?


La vera forza non sta nel non mettere mai in discussione.

Sta nel farlo apertamente, senza paura, proprio perché si crede davvero in ciò che quei simboli rappresentano.


Perché ciò che è solido non teme il confronto.

È ciò che è fragile che ha bisogno di essere protetto a ogni costo.

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