Il disagio va ascoltato. La violenza va fermata.
Quando la protesta diventa prevaricazione, la politica ha già fallito due volte.
Le tensioni e i disordini che accompagnano alcune proteste in Francia e in Italia riportano al centro una questione che non possiamo più eludere: che cosa succede quando il disagio sociale non trova ascolto e la rabbia si trasforma in violenza?
Il caro vita, la difficoltà di trovare un lavoro stabile, il costo delle abitazioni e la mancanza di prospettive sono problemi reali.
Per molti giovani, il futuro appare incerto e la fiducia nelle istituzioni si indebolisce.
Di fronte a queste difficoltà, troppo spesso la politica preferisce rinviare, minimizzare o ignorare ciò che è scomodo affrontare.
Accade quando i problemi richiedono scelte difficili o rischiano di compromettere il consenso elettorale.
Ma i problemi ignorati non scompaiono: si accumulano, alimentano il risentimento e possono trasformarsi in emergenze sociali.
Quando la protesta diventa violenza
In alcune manifestazioni si vedono gruppi di giovanissimi che si muovono in modo organizzato, equipaggiati per lo scontro e pronti ad affrontare le forze dell'ordine, danneggiare beni e mettere in pericolo altre persone.
A quel punto non siamo più soltanto nell'ambito del dissenso.
Quando si passa alla devastazione, all'aggressione e all'intimidazione, si supera il confine della protesta legittima.
Il diritto di manifestare non comprende il diritto di aggredire, distruggere o imporre con la forza la propria volontà agli altri.
Chi devasta un negozio può distruggere il lavoro di una famiglia.
Chi incendia un'automobile colpisce un cittadino, non un'entità astratta chiamata sistema.
Chi aggredisce un passante crea una nuova vittima, senza rendere più giusta la propria causa.
La rabbia può spiegare un comportamento, ma non lo giustifica.
Il disagio merita ascolto e risposte; la violenza richiede invece un intervento.
La responsabilità della politica e quella dello Stato
Dobbiamo tenere insieme due esigenze che non sono in contraddizione.
La prima è sociale: affrontare le cause del disagio giovanile, offrire opportunità di formazione e lavoro, contrastare l'emarginazione e ricostruire un rapporto di fiducia con le istituzioni.
Non bastano gli annunci: occorre verificare che le politiche adottate producano risultati.
La seconda è istituzionale: garantire la sicurezza, proteggere chi manifesta pacificamente e impedire che minoranze violente condizionino la vita della maggioranza.
Uno Stato autorevole non è quello che reprime il dissenso, ma quello che garantisce a tutti la libertà di dissentire senza consentire a nessuno di sopraffare gli altri.
Chi commette reati deve risponderne.
I responsabili delle violenze devono essere identificati e perseguiti, nel rispetto della legge e delle garanzie individuali.
Gli interventi devono essere efficaci e proporzionati, senza confondere chi protesta pacificamente con chi aggredisce o devasta.
La fermezza non è arbitrio. È l'applicazione imparziale delle regole.
La libertà è una responsabilità condivisa
Una democrazia non si misura soltanto dalla libertà che concede a chi contesta il potere, ma anche dalla capacità di proteggere chi non vuole partecipare allo scontro e desidera semplicemente vivere e lavorare in pace.
Per questo non possiamo scegliere una sola responsabilità e ignorare le altre.
La politica è colposamente responsabile quando lascia incancrenire problemi che avrebbe il dovere di affrontare.
Chi protesta è responsabile delle proprie azioni.
Lo Stato è responsabile quando non protegge i cittadini o quando esercita il proprio potere al di fuori della legge.
È un equilibrio che richiama uno dei principi fondamentali di Articolo 140: la responsabilità come condizione della convivenza civile.
Il disagio va ascoltato prima che diventi disperazione.
La protesta va tutelata finché rimane pacifica.
La violenza va fermata quando supera il limite della legge.
Una società giusta non costringe i giovani al silenzio, ma non permette neppure che qualcuno, in nome della propria rabbia, tolga agli altri la libertà di vivere.
Commenti