Il genocidio cresce nel silenzio
Quando pensiamo a un genocidio, immaginiamo quasi sempre il suo epilogo: le fosse comuni, le città distrutte, i sopravvissuti, le immagini che sconvolgono il mondo.
Ma il genocidio non nasce in quel momento.
È un processo che si sviluppa lentamente e che, quasi sempre, segue lo stesso percorso.
Il primo passo è la disumanizzazione.
Nessuno si presenta al mondo dichiarando di voler compiere un genocidio.
Chi perseguita un altro popolo è normalmente convinto di difendere una causa giusta, di eliminare una minaccia, di proteggere il proprio futuro.
Per riuscirci, però, deve prima smettere di vedere nell'altro un essere umano uguale a sé.
Le persone diventano un problema, un nemico collettivo, un ostacolo, un'invasione, un'infezione.
Perdono il loro nome, il loro volto e la loro dignità.
Quando questo accade, anche l'inaccettabile può apparire giustificabile.
La storia ci ha mostrato questo meccanismo più volte.
È accaduto agli armeni, agli ebrei durante la Shoah, ai tutsi in Ruanda, ai musulmani di Srebrenica e in molte altre tragedie del Novecento.
Ogni volta il linguaggio ha preparato il terreno alla violenza.
Ma c'è un altro elemento che accomuna quasi tutti i genocidi.
Il silenzio.
Ogni genocidio è stato accompagnato da un lungo periodo nel quale molti vedevano, pochi parlavano e quasi nessuno interveniva.
Non sempre per cattiveria. Spesso per paura, per prudenza, per convenienza, perché si pensava che qualcuno avrebbe fermato quella deriva o perché era più semplice convincersi che la situazione non fosse così grave.
L'indifferenza non crea il genocidio, ma gli permette di crescere.
Per questo il riconoscimento arriva quasi sempre troppo tardi.
Quando gli storici ricostruiscono gli eventi, quando i tribunali internazionali si pronunciano e quando le prove sono ormai incontestabili.
Solo allora il mondo trova il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Anche oggi assistiamo a guerre che provocano distruzioni immense e un numero impressionante di vittime civili. Pensiamo all'Ucraina, a Gaza, al Sudan e ad altri conflitti che occupano sempre meno spazio nelle cronache.
Saranno gli organismi internazionali e la storia a stabilire le responsabilità giuridiche e a qualificare quei fatti.
Ma c'è una domanda che riguarda ciascuno di noi e che non può attendere una sentenza.
Stiamo riconoscendo in tempo i segnali che la storia ci ha già insegnato a vedere?
Ogni volta che un intero popolo viene descritto come meno umano, ogni volta che il dolore dei civili viene considerato un prezzo inevitabile, ogni volta che ci abituiamo alle immagini della sofferenza fino a non provare più indignazione, dovremmo fermarci a riflettere.
L'ecosistema della fiducia ci chiede di non scegliere le vittime in base alla loro nazionalità, alla loro religione o alle nostre simpatie politiche.
La dignità umana non cambia con la bandiera.
Forse la responsabilità più grande dei contemporanei non è quella di non avere tutte le risposte. È quella di smettere di farsi domande.
La storia giudica sempre i carnefici.
Ma, spesso, giudica anche il silenzio di chi ha osservato senza trovare il coraggio di parlare.
Perché il genocidio non comincia quando il mondo decide di chiamarlo con quel nome.
Comincia quando una parte dell'umanità smette di vedere uomini negli altri e il resto del mondo si abitua a guardare in silenzio.
Commenti