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Il grande equivoco del riarmo

5 set
Tempo di lettura: 2 min

La vera alternativa non è "armi o disarmo", ma "riarmo o resilienza".


Ogni volta che nel mondo cresce una tensione internazionale, la risposta sembra sempre la stessa: comprare più armi.

Più aerei. Più missili. Più navi. Più carri armati.

Come se la sicurezza di una nazione dipendesse soltanto dalla quantità di armamenti che possiede.


Noi pensiamo che questo sia un grande equivoco.

La difesa di un Paese non si costruisce accumulando sistemi d'arma sempre più costosi. Si costruisce rendendo il Paese più forte, più resiliente e più difficile da mettere in crisi.


Le minacce di oggi sono spesso diverse da quelle immaginate durante la Guerra Fredda. Attacchi informatici, sabotaggi, terrorismo, criminalità organizzata, manipolazione dell'informazione, dipendenza energetica e vulnerabilità delle infrastrutture possono causare danni enormi senza che venga sparato un solo colpo.

Investire miliardi nel riarmo significa inevitabilmente sottrarre risorse ad altri investimenti: sanità, scuola, ricerca, sicurezza del territorio, protezione civile, innovazione, infrastrutture e sostegno alle famiglie.

Ogni euro ha un costo-opportunità. Se viene destinato a un settore, non può essere utilizzato in un altro.


Naturalmente una Repubblica deve possedere strumenti di difesa credibili.

Nessuno propone di rinunciare a proteggere il Paese.

Ma una cosa è mantenere una capacità di difesa adeguata.

Un'altra è alimentare una corsa permanente agli armamenti, nella quale ogni nuova arma genera la richiesta di un'arma ancora più sofisticata.

A trarne il maggiore beneficio sono soprattutto le industrie della difesa, il cui mercato cresce quanto più il mondo viene percepito come una successione continua di minacce e contromisure.

È una dinamica che tende ad autoalimentarsi.

  • Ogni rischio giustifica nuovi investimenti.

  • Ogni investimento richiede nuove tecnologie.

  • Ogni nuova tecnologia alimenta l'idea che il rischio successivo sarà ancora maggiore.


Ma esiste anche un'altra possibilità.

Quella di costruire un mondo in cui la normalità non sia l'eccezione, ma l'obiettivo.

Un mondo in cui la diplomazia, la cooperazione economica, il rispetto del diritto internazionale e la fiducia reciproca siano considerati i primi strumenti di sicurezza.

L'Italia può contribuire a questa visione.

Non con l'illusione di controllare ogni cielo e ogni mare attraverso armamenti sempre più costosi.

Ma diventando un Paese capace di prevenire i conflitti, di proteggere i propri cittadini e di investire prima di tutto nella forza della propria società.

La sicurezza più solida non nasce dalla paura. Nasce dalla fiducia, dalla cooperazione e dalla capacità di costruire una Repubblica forte, unita e resiliente.

Questa è la difesa in cui crediamo.

1 commento

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Chiara chiappa
05 set
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L’opinione espressa dall’autore, che vorrei conoscere, dovrebbe essere posto a premessa e fondamento di ogni organizzazione: se vuoi la pace prepara la pace.

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