Il mercato sì. Il mercato libero no.
Nel Novecento abbiamo assistito a un grande confronto tra due modelli economici che, in forme diverse, sono nati quasi contemporaneamente: il comunismo e il mercato capitalistico.
Il primo partiva da un'idea che, almeno nelle intenzioni, aveva una sua forza: eliminare lo sfruttamento, distribuire le risorse in modo più equo, mettere l'economia al servizio della collettività.
Ma la prova dei fatti ha mostrato un problema enorme.
Non è possibile governare dall'alto la complessità delle persone, dei bisogni, delle decisioni e degli scambi.
Per quanto possa essere animato da buone intenzioni, un sistema che pretende di decidere tutto finisce inevitabilmente per soffocare ciò che non riesce a prevedere.
Il mercato si è dimostrato molto più efficace.
Non perché sia buono in sé, ma perché possiede un meccanismo straordinariamente potente: lascia che milioni di persone prendano decisioni, e permette al successo e all'insuccesso di emergere dalle loro scelte.
Un'impresa che produce qualcosa che le persone vogliono cresce.
Una che sbaglia può fallire.
Un prezzo segnala scarsità o abbondanza.
Un investimento premia un'idea che funziona e penalizza quella che non funziona.
In questo senso, il mercato ha una capacità di autoregolazione che nessun sistema centralizzato ha saputo eguagliare.
Ma qui comincia il problema.
Chiamiamo spesso questo sistema “libero mercato”.
Ma il mercato, nella realtà, non è affatto libero.
Può essere condizionato dalle decisioni dei governi, dalle tasse, dalle regole, dai sussidi, dalle barriere commerciali. Ma soprattutto può essere condizionato da chi dentro il mercato accumula una quantità di potere tale da poterlo modificare a proprio vantaggio.
Un monopolista non è semplicemente un concorrente più bravo degli altri.
Un oligopolio non è semplicemente un mercato nel quale alcune imprese hanno avuto più successo.
Quando pochi soggetti controllano una parte essenziale dell'offerta, dell'informazione, delle infrastrutture o delle risorse, il mercato comincia a perdere proprio quella capacità di autoregolazione che lo aveva reso superiore ai sistemi centralizzati.
E qui emerge una contraddizione.
Abbiamo sostituito il controllo dello Stato con il mercato pensando di liberare le persone.
Ma se lasciamo che il mercato venga progressivamente controllato da pochi soggetti, abbiamo semplicemente sostituito un centro di potere con altri centri di potere.
Il problema, quindi, non è il mercato.
Il problema è quando il mercato smette di essere un luogo nel quale molti interessi si confrontano e diventa uno strumento nelle mani di pochi.
Per questo forse dovremmo smettere di parlare semplicemente di “mercato libero”.
Il mercato deve essere aperto, contendibile, trasparente e sottoposto a regole capaci di impedire che il successo economico si trasformi in potere incontrollato.
Mercato sì.
Mercato libero, no.
Perché la libertà del mercato non può significare la libertà dei più forti di conquistare il mercato e poi impedire agli altri di entrarvi.
E ancora una volta arriviamo allo stesso punto.
Quando il concorso degli interessi non trova più un limite, l'interesse economico finisce per prevalere sull'interesse umano.
Il mercato deve rimanere uno strumento al servizio delle persone.
Non possiamo chiedergli di essere buono.
Dobbiamo impedirgli di diventare onnipotente.
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