Il mito del cittadino che sceglie
Nelle democrazie moderne sentiamo spesso ripetere una frase: "Alla fine decide il cittadino."
È un'affermazione rassicurante, perché richiama uno dei principi fondamentali della democrazia rappresentativa: il voto appartiene ai cittadini e nessuno può sostituirsi alla loro volontà.
Ma vale la pena fermarsi un momento e riflettere.
Che cosa significa davvero scegliere?
Ogni scelta presuppone la possibilità di conoscere le alternative. Più conosciamo le persone, le loro capacità, il loro carattere e il loro modo di affrontare i problemi, più la nostra decisione può dirsi consapevole.
Nella vita quotidiana funziona quasi sempre così.
Quando dobbiamo scegliere un medico, un artigiano, un insegnante o un professionista, difficilmente ci affidiamo soltanto a uno slogan o a una fotografia.
Cerchiamo informazioni, ascoltiamo chi ha già avuto esperienza, osserviamo il comportamento delle persone nel tempo.
La fiducia nasce dalla conoscenza.
In politica, invece, le cose sono molto più complesse.
Nella maggior parte dei casi il cittadino è chiamato a scegliere tra persone che non ha mai incontrato e che probabilmente non incontrerà mai.
Le conosce attraverso i mezzi di comunicazione, i social network, le campagne elettorali, i dibattiti televisivi o le informazioni diffuse dai partiti.
Questo non significa che il voto non sia libero.
Significa, però, che la libertà della scelta si esercita all'interno di un'offerta che altri hanno già costruito.
I partiti selezionano le candidature.
I mezzi di comunicazione decidono quali temi e quali persone ricevano maggiore attenzione.
Gli strumenti digitali amplificano alcuni messaggi più di altri.
I cittadini, legittimamente, scelgono tra le alternative che diventano visibili.
È un meccanismo inevitabile in ogni grande democrazia.
Ma proprio perché è inevitabile, merita di essere osservato con attenzione.
Forse il punto non è stabilire se il cittadino scelga oppure no.
Il punto è domandarsi quanto sia profonda la conoscenza sulla quale quella scelta si fonda.
Questa domanda non riguarda la buona fede degli elettori.
Riguarda il funzionamento stesso della rappresentanza.
Più cresce la distanza tra chi vota e chi viene votato, più la conoscenza diretta lascia spazio all'immagine pubblica.
E quando questo accade, diventa naturale che la comunicazione assuma un peso sempre maggiore nel determinare il consenso.
Non c'è nulla di scandaloso in questa osservazione.
È semplicemente una conseguenza della dimensione delle nostre democrazie.
Forse, allora, la questione non è se il cittadino scelga.
La questione è come rendere quella scelta sempre più consapevole.
Perché una democrazia non si rafforza soltanto aumentando le occasioni di voto.
Si rafforza quando ogni cittadino può esprimere la propria fiducia sulla base di una conoscenza quanto più possibile autentica delle persone chiamate a rappresentarlo.
È da qui che, forse, dovrebbe ripartire la riflessione sulla qualità della nostra rappresentanza.
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