Il primo atto politico di Articolo140? Un giorno noi...
- Caricasole Flavio

- 4 giorni fa
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Ogni comunità politica vive di un patto.
Non di un’abitudine.
Non di una tradizione automatica.
Ma di un patto consapevole tra cittadini.
La Costituzione della Repubblica Italiana è il pilastro di questo patto.
È il testo che definisce diritti, doveri, equilibri tra poteri, limiti e garanzie.
È la cornice dentro cui si muove la vita democratica.
Ma un patto, per essere vivo, deve essere sentito come proprio. Non può ridursi a una convivenza passiva.
Negli anni si è creato un progressivo distacco tra principi costituzionali e percezione quotidiana dei cittadini.
Non perché la Carta sia debole, ma perché spesso non è stata pienamente attuata.
In altri casi, perché i tempi sono cambiati e le trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali hanno posto domande nuove.
Il primo atto politico di articolo140 vuole partire da qui: proporre un referendum popolare confermativo non su una singola legge, ma sull’intero impianto costituzionale attuale.
È una proposta impegnativa. Non è uno strappo, non è una rottura simbolica.
È un’assunzione di responsabilità collettiva.
Se la Costituzione è il fondamento del patto sociale, allora deve corrispondere alla volontà consapevole dei cittadini.
Deve essere scelta, non subita.
La Costituzione non è immutabile: lo dimostra il fatto che prevede essa stessa procedure di revisione.
Ma non è nemmeno un testo “usa e getta”.: non può essere modificata sull’onda dell’emotività o di una maggioranza momentanea.
È il punto di equilibrio tra libertà e convivenza.
Un referendum sull’intero impianto costituzionale avrebbe un significato chiaro: chiedere ai cittadini se riconoscono ancora in quella Carta il quadro adeguato della loro vita comune.
Se un ampia maggioranza degli aventi diritto (non il semplice 51% dei votanti) confermasse l’attuale impianto, il messaggio sarebbe altrettanto chiaro: la Costituzione resta il riferimento condiviso.
A quel punto l’impegno politico dovrebbe concentrarsi senza ambiguità sulla sua piena attuazione.
Non più discussioni generiche, ma applicazione coerente dei principi già scritti: lavoro, uguaglianza sostanziale, partecipazione, equilibrio tra poteri.
Se invece una larga maggioranza degli aventi diritto esprimesse la convinzione che l’attuale impianto non risponde più alle esigenze della convivenza contemporanea, allora si aprirebbe una fase diversa.
Non un salto nel vuoto, ma un percorso costituente ordinato, trasparente, partecipato.
Una nuova stagione di confronto sul patto sociale.
In entrambi i casi il risultato sarebbe prezioso.
Perché romperebbe l’ambiguità.
O conferma piena e impegno attuativo, oppure apertura dichiarata di una nuova fase.
Il vero rischio, oggi, non è cambiare o non cambiare.
È restare in una zona grigia, dove la Costituzione viene evocata ma non vissuta, difesa a parole ma non applicata, criticata senza assumersi la responsabilità di proporre un’alternativa.
Un patto sociale funziona solo se è riconosciuto come proprio.
Chiedere ai cittadini di esprimersi sull’intero impianto costituzionale significa riportare al centro la sovranità popolare nella sua forma più alta: decidere insieme le regole del vivere comune.
Non per indebolire le istituzioni, ma per rafforzarle attraverso una scelta consapevole.


