Perchè ci chiamiamo "articolo140"?
- Caricasole Flavio

- 4 apr
- Tempo di lettura: 1 min
Molti mi fanno questa domanda.
La Costituzione italiana si ferma all’articolo 139.
E non è un caso.
L’ultimo articolo stabilisce un limite chiaro: la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione. È un confine. Un punto fermo. Un presidio.
E allora perché articolo 140?
Perché è, volutamente, un articolo che non esiste.
È lo spazio che viene dopo. È ciò che ancora non è scritto. È il luogo in cui si apre la responsabilità di una generazione.
Tra ciò che è intoccabile e ciò che può evolvere, esiste un equilibrio delicato.
Da una parte, la necessità di difendere i principi fondamentali.
Dall’altra, la consapevolezza che la società cambia, e con essa devono cambiare anche le regole che la governano.
Articolo 140 nasce proprio qui.
Non come rottura. Non come provocazione fine a sé stessa.
Ma come invito a riflettere su cosa vogliamo diventare. A interrogarci su quali parti del nostro patto sociale funzionano ancora e quali no. A costruire, con responsabilità, ciò che oggi manca.
Perché il rischio è duplice.
Da un lato, trasformare la Costituzione in qualcosa di intoccabile, ma distante dalla realtà.
Dall’altro, modificarla senza visione, inseguendo esigenze contingenti.
Tra questi due estremi c’è uno spazio.
Ed è uno spazio che non è ancora scritto: articolo 140 è questo.
Un luogo simbolico dove immaginare il futuro senza tradire i principi.
Dove il cambiamento è consapevole. Dove la conservazione è viva, non statica.
Perché ogni generazione, in fondo, è chiamata a scrivere il proprio “articolo 140”.
La domanda è: lo stiamo facendo?


