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La Repubblica italiana è ancora giovane!

  • Immagine del redattore: Caricasole Flavio
    Caricasole Flavio
  • 25 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

È nata nel 1946, da un referendum che ha segnato la fine della monarchia e l’inizio di una nuova storia.

La sua Costituzione è entrata in vigore nel 1948.

Se guardiamo ai secoli che hanno costruito altri Stati europei, settant’anni non sono molti.

Per una democrazia, sono appena l’inizio.


Essere giovani non è un difetto. È una condizione.

Significa avere ancora energie, ma anche fragilità.

Significa non avere ancora consolidato del tutto abitudini, anticorpi, cultura istituzionale.

La nostra Repubblica è nata dalle macerie della guerra e del fascismo.

È stata pensata per impedire il ritorno dell’autoritarismo.

È stata scritta con l’idea che la libertà non fosse scontata, ma da difendere ogni giorno.


Eppure, nella sua storia non sono mancati momenti di tensione profonda.

Negli anni della strategia della tensione, tra terrorismo nero e rosso, lo Stato è stato messo alla prova.

Nel 1970 il cosiddetto “golpe Borghese” ha mostrato che esistevano ancora ambienti pronti a forzare le regole democratiche.

Non è un dettaglio marginale: è il segno che la democrazia italiana, a poco più di vent’anni dalla nascita, era ancora esposta a spinte destabilizzanti.


Quando si parla di “forze sommerse” non si allude a fantasmi.

Si parla di interessi opachi, reti di potere, zone grigie che attraversano la storia repubblicana. In parte sono state smascherate, in parte hanno cambiato forma.


Ogni Paese ha le sue contraddizioni. Ma in una Repubblica giovane queste tensioni pesano di più, perché incidono su istituzioni che non hanno ancora radici secolari.


La Costituzione del 1948 non è solo un insieme di regole tecniche.

È un manifesto civile. Parla di lavoro, di uguaglianza sostanziale, di diritti inviolabili, di doveri di solidarietà. Disegna un equilibrio tra poteri proprio per evitare concentrazioni pericolose.


Stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, ma la incardina dentro forme e limiti precisi.


Proteggere questa Carta non significa congelarla.

Le Costituzioni possono essere modificate. Lo prevede la stessa Costituzione.

Ma una cosa è aggiornare, un’altra è svuotare.

Una cosa è migliorare l’efficacia delle istituzioni, un’altra è ridurre gli spazi di garanzia.


In un Paese con una storia democratica relativamente breve, la priorità dovrebbe essere l’attuazione piena dei principi costituzionali.


Non abbiamo ancora realizzato del tutto l’uguaglianza sostanziale.

Non abbiamo ancora garantito a tutti le stesse opportunità.

Non abbiamo ancora costruito un rapporto trasparente e stabile tra cittadini e rappresentanti.


Prima di immaginare nuove architetture, forse dovremmo completare quella esistente.


Attuare la Costituzione in tutta la sua articolazione significa investire nella scuola, nella giustizia, nella partecipazione.

Significa rafforzare i controlli, non indebolirli.

Significa educare alla cittadinanza, non alimentare la sfiducia.


Una Repubblica giovane ha bisogno di cura.

Ha bisogno di memoria, perché senza memoria non si riconoscono i rischi.

Ha bisogno di responsabilità, perché la democrazia non si difende da sola.

E ha bisogno di cittadini consapevoli che la Carta del 1948 non è un simbolo astratto, ma il patto concreto che tiene insieme libertà e convivenza.


Se la nostra Repubblica è giovane, allora è ancora in costruzione.

E sta a noi decidere se rafforzarne le fondamenta o considerarle un dettaglio secondario.

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