La scuola non ha bisogno dell'ennesima riforma
Ogni nuovo Ministro dell'Istruzione arriva con una promessa: cambiare la scuola.
Cambiano i programmi, gli esami, i criteri di valutazione, l'organizzazione e perfino il nome del Ministero.
Ogni riforma viene presentata come quella decisiva.
Poi cambia il Governo e ricomincia tutto da capo.
Nel frattempo, insegnanti, studenti e famiglie cercano semplicemente di adattarsi.
Forse il primo problema della scuola italiana non è la qualità dell'insegnamento.
È la mancanza di continuità.
Da anni sentiamo ripetere gli stessi giudizi: insegnanti demotivati, studenti poco motivati, famiglie che delegano alla scuola compiti che non le appartengono.
Eppure questa descrizione non spiega un fatto evidente.
I nostri medici sono apprezzati negli ospedali di tutto il mondo.
I nostri ingegneri lavorano nelle aziende più innovative.
I nostri ricercatori vengono chiamati dai migliori centri di ricerca.
I nostri tecnici e professionisti si confrontano ogni giorno, alla pari, con i colleghi stranieri.
Se la scuola italiana fosse davvero un fallimento, tutto questo sarebbe difficile da spiegare.
Probabilmente il nostro sistema possiede ancora solide basi culturali, ma fatica a trasmettere ciò che oggi è altrettanto indispensabile: curiosità, responsabilità, autonomia, capacità di collaborare e resilienza.
La resilienza non si insegna con una lezione. Si costruisce imparando che i risultati importanti richiedono impegno, costanza e senso del dovere.
Gli insegnanti hanno bisogno di formazione continua, di autorevolezza e di un riconoscimento sociale adeguato.
Ma anche la società deve riscoprire il valore dell'educazione, perché la scuola non può sostituire la famiglia né farsi carico, da sola, di ogni fragilità.
Per questo Articolo 140 propone una scelta diversa.
Smettere di riformare la scuola a ogni legislatura.
Le grandi scelte sull'istruzione dovrebbero essere affidate a un Consiglio Nazionale dell'Istruzione, indipendente dal Governo e dalle maggioranze politiche, composto da insegnanti, dirigenti scolastici, università, pedagogisti, rappresentanti delle famiglie, del mondo del lavoro e delle professioni.
Il suo compito non sarebbe quello di amministrare la scuola, ma di definirne gli indirizzi strategici, con un orizzonte di almeno dieci o quindici anni.
I Governi continuerebbero a gestire il sistema scolastico, ma non potrebbero riscriverne continuamente l'identità.
L'educazione è troppo importante per seguire il ritmo delle campagne elettorali.
Una Repubblica che guarda al futuro non cambia la scuola ogni volta che cambia la politica. Costruisce un progetto educativo stabile, condiviso e capace di attraversare le generazioni.
Perché la scuola non appartiene a un Ministro.
Appartiene ai nostri figli e al futuro della Repubblica.
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