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Articolo140 cresce per passaparola naturale, non per campagne social.

La sicurezza non può diventare un'ossessione collettiva

26 ago
Tempo di lettura: 1 min

Ogni Stato ha il dovere di difendersi.

Per questo esistono Forze Armate, Forze dell'Ordine e servizi di intelligence.

Uomini e donne che meritano rispetto, perché operano spesso in condizioni difficili e con grande senso dello Stato.


Ma proprio perché la sicurezza è così importante, non può trasformarsi nell'unico criterio con cui leggere il mondo.

Ogni apparato tende naturalmente a osservare la realtà attraverso la propria missione.

Chi si occupa di sicurezza vede rischi, minacce e vulnerabilità. È normale. È il suo compito.


Il problema nasce quando la politica smette di guidare questa visione e finisce per adottarla come unica chiave di lettura della realtà.

Allora la prevenzione può trasformarsi in contrapposizione permanente, la diffidenza in metodo di governo e l'equilibrio internazionale in una successione continua di crisi da gestire.


Articolo140 non mette in discussione gli apparati dello Stato.

Mette in discussione una politica che rinuncia alla propria responsabilità di indicare un orizzonte diverso.

La sicurezza è uno strumento. Non può diventare il progetto di una civiltà.


Il compito della politica non è soltanto vincere le guerre o sventare gli attentati. È costruire le condizioni perché guerre e attentati diventino sempre meno probabili.

Quando uno Stato misura il successo solo dalla propria capacità di reagire alle minacce, rischia di dimenticare la domanda più importante: stiamo rendendo il mondo più sicuro o stiamo semplicemente diventando più bravi a convivere con un conflitto permanente?


Per Articolo140 una grande politica non si limita ad amministrare la paura.

Lavora ogni giorno per renderla meno necessaria.

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