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Articolo140 cresce per passaparola naturale, non per campagne social.

La vita oltre i 60

  • 15 lug
  • Tempo di lettura: 2 min

C’è un tema che evitiamo spesso di affrontare con chiarezza: il ricambio generazionale.


Viviamo in una fase storica in cui una parte enorme della popolazione ha superato i 60 anni o ci sta arrivando.

Allo stesso tempo, i giovani sono pochi.

Sempre meno.

E questo squilibrio non è solo demografico: è anche economico, sociale, decisionale.

Perché il punto vero è un altro.

Chi occupa oggi i ruoli di responsabilità, spesso, tende a rimanerci il più a lungo possibile.

È umano.

C’è esperienza, c’è competenza, c’è un percorso costruito in decenni.


Ma c’è anche un limite.

La società di oggi è complessa, veloce, incerta.

Richiede energia, visione, voglia di mettersi in gioco e anche di combattere.

Non persone appagate, non persone che tirano a conservare, non persone demotivate perché a fine percorso.


Dopo i 60 anni, per quanto si possa essere brillanti, si tende naturalmente ad avere meno orizzonte davanti.

Meno anni su cui costruire, più attenzione a conservare.

Si riduce la propensione al rischio, si affievolisce la spinta a immaginare scenari di lungo periodo.


E questo ha un impatto.

Perché una società che guarda poco avanti è una società che rallenta.

Allora forse è il momento di introdurre una riflessione concreta, anche qui non semplice.


E se dopo i 60 anni il lavoro diventasse obbligatoriamente part-time?

E se non fosse più possibile ricoprire incarichi diretti di responsabilità operativa?


Non per escludere, ma per riequilibrare.

Chi ha esperienza resterebbe un riferimento.

Un mentore.

Una guida.

Ma lascerebbe spazio a chi ha ancora 10, 15, 20 anni di attività davanti.... a chi ha 50 anni, e quindi la maturità unita ancora a una prospettiva lunga.

In questo modo il passaggio di competenze diventerebbe naturale.

Non traumatico. Non tardivo.


E soprattutto, si creerebbe una vera crescita delle nuove generazioni, che oggi spesso restano bloccate in attesa.

Non è una questione contro qualcuno.

È una questione a favore del futuro.

Perché senza ricambio, non c’è evoluzione.

E senza evoluzione, ogni sistema — prima o poi — si spegne.

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