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Lo scudo della deterrenza ci protegge davvero?

  • Immagine del redattore: Caricasole Flavio
    Caricasole Flavio
  • 8 apr
  • Tempo di lettura: 2 min

La deterrenza.

Ne parliamo come di qualcosa di necessario. Indispensabile. Quasi inevitabile.


Ma siamo sicuri di averne compreso fino in fondo il costo?

La deterrenza nasce con un’idea semplice: evitare il conflitto mostrando forza.

Prepararsi alla guerra per non doverla fare, ma nel tempo è diventata altro.

Un meccanismo permanente, una tensione costante, una lente attraverso cui leggiamo il mondo.


E così accade qualcosa di paradossale.

Per evitare la guerra, iniziamo a viverla ogni giorno.

A livello psicologico, culturale, politico.

Diffidenza. Sospetto. Competizione continua.


Ogni altro Paese può diventare un potenziale nemico. Ogni crisi, una minaccia.


E i popoli?

Restano dentro questo schema.

Risorse destinate alla difesa invece che allo sviluppo.

Decisioni condizionate da equilibri geopolitici. Spazi di autonomia ridotti.

È una forma di prigionia silenziosa. Non fatta di muri, ma di mentalità.


E allora si apre una riflessione ancora più scomoda.


Siamo sicuri che questa logica sia solo difensiva? O rischia di diventare anche uno strumento di influenza?

Perché mantenere una tensione costante significa anche mantenere relazioni di dipendenza.

Presenze militari. Scelte condizionate. Spazi decisionali limitati.


E allora la domanda diventa più profonda.

Non è che, dietro la deterrenza, si nasconda anche una forma nuova — più sottile — di controllo?

Quasi un colonialismo moderno, non dichiarato.


Allora forse è il momento di cambiare prospettiva.

Liberarci, prima di tutto mentalmente, da questa psicosi permanente.

Recuperare la capacità di leggere il mondo senza dare per scontato che il conflitto sia inevitabile.

E anche ripensare i rapporti.

Gli alleati restano alleati. Ma non necessariamente devono essere presenza costante sul territorio. In un’epoca in cui la capacità militare è sempre più tecnologica e “a distanza”, ha ancora senso questa configurazione?

O è solo un’eredità che non abbiamo mai davvero rimesso in discussione?

Non è una posizione semplice. Ma è una domanda legittima.


Perché la vera sicurezza non è solo equilibrio militare.

È anche autonomia. Capacità di scelta. Libertà da schemi che, se non analizzati, rischiano di diventare permanenti.

E forse la sfida è proprio questa: passare dalla sicurezza basata sulla paura a una sicurezza basata sulla consapevolezza.

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