Mai più scene alla Ajeje Brazorf!
Aggiornamento: 7 ago
Il trasporto pubblico non dovrebbe essere un servizio commerciale
Ci sono servizi che uno Stato dovrebbe considerare investimenti collettivi, non strumenti per fare cassa.
Il trasporto pubblico è uno di questi.
Ogni persona che utilizza autobus, tram, metropolitane o treni locali produce un beneficio che va ben oltre il proprio spostamento personale:
riduce traffico;
riduce inquinamento;
abbassa il consumo energetico;
limita congestione urbana;
migliora la qualità della vita delle città;
riduce incidenti e costi sociali indiretti.
E allora la domanda è semplice:
perché continuiamo a trattare il trasporto pubblico come un servizio che deve reggersi principalmente sui biglietti pagati dagli utenti?
Se una società vuole davvero incentivare mobilità sostenibile, riduzione delle emissioni e migliore vivibilità urbana, dovrebbe rendere l’accesso ai mezzi pubblici il più semplice e naturale possibile.
Anche gratuitamente.
Fiscalizzare il trasporto pubblico significherebbe riconoscere che il beneficio prodotto è collettivo, non individuale.
Chi utilizza un mezzo pubblico non sta soltanto usufruendo di un servizio.
Sta contribuendo a ridurre un costo generale per l’intera comunità.
Naturalmente questo richiederebbe anche un enorme salto di qualità:
puntualità;
sicurezza;
pulizia;
capillarità;
frequenza;
investimenti infrastrutturali seri.
Perché un servizio gratuito ma inefficiente non risolve il problema.
Ma forse dovremmo iniziare a superare una logica ormai vecchia: quella che considera il trasporto pubblico come una spesa da coprire, invece che come una infrastruttura strategica per la salute economica, ambientale e sociale del Paese.
Una democrazia moderna dovrebbe rendere conveniente il comportamento collettivamente utile.
Non economicamente penalizzante.
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