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Articolo140 cresce per passaparola naturale, non per campagne social.

Mai più scene alla Ajeje Brazorf!

5 ago
Tempo di lettura: 1 min

Aggiornamento: 7 ago

Il trasporto pubblico non dovrebbe essere un servizio commerciale


Ci sono servizi che uno Stato dovrebbe considerare investimenti collettivi, non strumenti per fare cassa.


Il trasporto pubblico è uno di questi.


Ogni persona che utilizza autobus, tram, metropolitane o treni locali produce un beneficio che va ben oltre il proprio spostamento personale:

  • riduce traffico;

  • riduce inquinamento;

  • abbassa il consumo energetico;

  • limita congestione urbana;

  • migliora la qualità della vita delle città;

  • riduce incidenti e costi sociali indiretti.


E allora la domanda è semplice:

perché continuiamo a trattare il trasporto pubblico come un servizio che deve reggersi principalmente sui biglietti pagati dagli utenti?


Se una società vuole davvero incentivare mobilità sostenibile, riduzione delle emissioni e migliore vivibilità urbana, dovrebbe rendere l’accesso ai mezzi pubblici il più semplice e naturale possibile.

Anche gratuitamente.


Fiscalizzare il trasporto pubblico significherebbe riconoscere che il beneficio prodotto è collettivo, non individuale.


Chi utilizza un mezzo pubblico non sta soltanto usufruendo di un servizio.

Sta contribuendo a ridurre un costo generale per l’intera comunità.


Naturalmente questo richiederebbe anche un enorme salto di qualità:

  • puntualità;

  • sicurezza;

  • pulizia;

  • capillarità;

  • frequenza;

  • investimenti infrastrutturali seri.

Perché un servizio gratuito ma inefficiente non risolve il problema.


Ma forse dovremmo iniziare a superare una logica ormai vecchia: quella che considera il trasporto pubblico come una spesa da coprire, invece che come una infrastruttura strategica per la salute economica, ambientale e sociale del Paese.


Una democrazia moderna dovrebbe rendere conveniente il comportamento collettivamente utile.

Non economicamente penalizzante.

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