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Nuova legge elettorale? Senza scelta non c’è rappresentanza

  • Immagine del redattore: Caricasole Flavio
    Caricasole Flavio
  • 4 mar
  • Tempo di lettura: 2 min

C’è un punto che spesso viene aggirato nel dibattito pubblico, forse perché troppo semplice per essere smentito facilmente: nelle elezioni nazionali i cittadini, di fatto, non scelgono gli eletti.


Votano un simbolo.

Talvolta una coalizione.

Raramente una persona.


Le liste sono bloccate o solo formalmente aperte.

L’ordine degli eletti è deciso dai partiti.

Il cittadino ratifica una decisione presa altrove.

Questo non è un dettaglio tecnico: è una trasformazione profonda del rapporto tra elettore ed eletto.

Il voto perde una delle sue funzioni essenziali: la scelta.


Dal voto alla ratifica

Nel sistema nazionale attuale, l’elettore non può premiare o punire il singolo rappresentante. Non può dire “questo sì, questo no”.

Non può costruire un legame diretto con chi lo rappresenterà in Parlamento.


Il risultato è un Parlamento composto in larga parte da persone che rispondono prima ai vertici di partito che agli elettori.

Non per cattiva fede, ma per logica di sopravvivenza politica.

Se la rielezione dipende dalla posizione in lista, il rapporto di fiducia si sposta verso l’alto, non verso il basso.

Questo indebolisce due cose insieme:

  • la responsabilità del rappresentante verso i cittadini

  • il senso di efficacia del voto per chi partecipa


Quando il cittadino percepisce di non poter incidere sulla scelta delle persone, il voto perde valore. E l’astensione cresce.


Un confronto istruttivo: le elezioni comunali

Il contrasto con le elezioni comunali è evidente.

Nelle comunali:

  • si sceglie una persona, non solo un simbolo

  • esiste il ballottaggio

  • il legame tra candidato ed elettori è diretto e visibile


Il cittadino sa chi governerà, con chi potrà prendersela, chi potrà confermare o mandare a casa.

Anche qui il sistema non è perfetto, ma la scelta è reale.


Non è un caso se la partecipazione alle comunali è spesso più alta e più sentita.

Non perché i cittadini siano improvvisamente più virtuosi, ma perché il meccanismo è più comprensibile e più onesto nel suo funzionamento.


Dove c’è scelta, c’è responsabilità.

Dove c’è responsabilità, c’è partecipazione.


Il paradosso nazionale

A livello nazionale accade l’opposto.

Si chiede al cittadino di decidere il destino del Paese, ma gli si toglie la possibilità di scegliere chi lo rappresenterà davvero.


Poi ci si stupisce della distanza tra Parlamento e società.

Poi ci si stupisce dell’astensione.

Poi ci si stupisce della sfiducia.


Ma un sistema che non consente di scegliere le persone non può pretendere fiducia personale.

Può ottenere al massimo un consenso debole, intermittente, spesso negativo: “voto per evitare il peggio”.


Questo è uno dei motivi per cui il voto nazionale è sempre più percepito come un atto difensivo, non costruttivo.


Una questione di sostanza, non di formula

Il problema non è questa o quella legge elettorale in astratto.

È un principio più semplice: se il cittadino non sceglie i rappresentanti, la rappresentanza si svuota.

Senza scelta non c’è legame.

Senza legame non c’è responsabilità.

Senza responsabilità non c’è fiducia.


Ripensare la legge elettorale non è un esercizio tecnico.

È una condizione necessaria per ricostruire il rapporto tra cittadini e istituzioni.


Finché il voto resterà una ratifica e non una scelta, la democrazia continuerà a funzionare.

Ma sempre più a vuoto.

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