Persone giuridiche: Spa, SA, Ltd, Inc...possiamo andare oltre?
La persona giuridica è stata una delle grandi invenzioni del diritto moderno.
Ha consentito a persone diverse di mettere insieme capitali, condividere un progetto, assumere rischi e costruire imprese molto più grandi di quanto avrebbe potuto fare un singolo individuo.
La separazione tra la persona e l'impresa ha quindi avuto un enorme merito: ha accelerato lo sviluppo economico.
Ma ogni grande innovazione produce anche conseguenze che non erano state previste.
E oggi abbiamo alle spalle abbastanza storia per poterle vedere.
Abbiamo imparato come funziona il mercato.
Abbiamo visto crescere imprese gigantesche, gruppi multinazionali, sistemi finanziari capaci di attraversare i confini degli Stati.
Abbiamo visto nascere corporation così grandi da diventare, in alcuni casi, too big to fail e persino difficili da controllare per i governi nazionali.
E abbiamo visto anche un'altra cosa.
Il socio partecipa ai benefici dell'impresa, ma non necessariamente alle sue conseguenze negative.
Se l'impresa produce utili, il socio guadagna.
Se aumenta il valore della società, il socio guadagna.
Se l'impresa cresce, cresce anche il valore della sua partecipazione.
Ma se l'impresa fallisce, è la società a fallire.
Se lascia debiti, sono i creditori della società a sopportarne le conseguenze.
Se provoca danni, è la persona giuridica a essere chiamata a risponderne.
Il socio può perdere il capitale investito. Ma, nella maggior parte dei casi, la sua responsabilità finisce lì.
È stata una scelta comprensibile.
Ha permesso di limitare il rischio e quindi di incoraggiare gli investimenti.
Ma oggi possiamo porci una domanda diversa: dobbiamo continuare a considerare questa separazione come un principio intoccabile, oppure possiamo immaginare un'evoluzione?
Non si tratta di abolire tutto ciò che abbiamo costruito.
La società può continuare ad avere un patrimonio autonomo.
Può continuare a raccogliere capitali, stipulare contratti, assumere lavoratori, finanziarsi, crescere, fondersi, competere sui mercati.
Tutti gli strumenti che hanno dimostrato la loro utilità possono essere conservati.
Quello che potremmo cambiare è il principio fondamentale.
La responsabilità dovrebbe tornare alle persone che partecipano all'impresa, così come tornano a loro i benefici della sua attività.
Non necessariamente per ogni perdita e per ogni fallimento.
L'impresa comporta un rischio e il rischio deve continuare ad esistere.
Ma la responsabilità non dovrebbe poter essere separata indefinitamente dalla persona che beneficia del potere economico.
Perché questo cambierebbe soprattutto una cosa: il comportamento dei soci.
Se so che posso beneficiare personalmente delle decisioni della mia impresa, ma che non posso considerarmi completamente estraneo alle conseguenze di quelle stesse decisioni, avrò un interesse molto maggiore a sapere cosa sta facendo.
Mi interesserò dei debiti, dei lavoratori, dei fornitori, delle tasse, dell'ambiente, delle scelte degli amministratori.
La responsabilità personale trasformerebbe il socio da semplice beneficiario dell'impresa in custode dell'impresa.
E forse questo principio ci permetterebbe di affrontare anche uno dei problemi più grandi dell'economia contemporanea: la crescita di organizzazioni economiche talmente grandi da poter diventare più potenti degli Stati che dovrebbero controllarle.
Perché una corporation può essere internazionale, il mercato può essere globale, il capitale può attraversare il mondo in pochi secondi, ma la responsabilità deve continuare ad avere un volto umano.
Forse, dopo aver sperimentato per secoli i vantaggi e i danni della persona giuridica, è arrivato il momento di immaginare il passo successivo.
Non tornare indietro. Andare oltre.
Conservare ciò che ha funzionato, correggere ciò che ha prodotto squilibri e ricostruire un principio semplice, quasi antico: chi partecipa ai benefici deve partecipare anche alla responsabilità.
Perché non esiste una vera economia della fiducia quando il profitto ha un proprietario, ma il danno non ha nessuno che lo riconosca come proprio.
Grazie Stefano per il contributo.
Importante che condividiamo il problema.
Sulla cura non ritengo di avere la ricetta giusta a priori e il confronto con altri è sempre benvenuto.
Mi interesserebbe esplorare come colmare il divario comportamentale e di responsabilità tra gli amministratori (che anche tu citi) e i vari soci, i quali piccoli, medi o grandi, permettono più meno innocentemente ai primi di fare in taluni casi un pò quello che vogliono, con stravolgimento di valori morali ed economici.
Condivido pienamente lo spirito dell’articolo, ma nutro qualche perplessità sulla ricetta proposta.
A mio avviso, l’attenzione dovrebbe spostarsi più dai soci a chi concretamente gestisce le società e ne determina le scelte.
Assistiamo sempre più spesso a compensi milionari per gli amministratori, accompagnati da politiche gestionali orientate a risultati di brevissimo periodo, talvolta perseguendo livelli di rischio elevati, le cui conseguenze finiscono per ricadere su altri soggetti.
Credo che il vero tema sia riallineare potere decisionale, benefici economici e responsabilità per le conseguenze delle scelte.
Naturalmente, diverso è il caso dei soci che gestiscono di fatto attraverso amministratori prestanome, ma lì entriamo nel campo degli abusi, se non delle vere e proprie frodi.