Poveri bimbi africani
- 27 giu
- Tempo di lettura: 1 min
“Poveri bambini africani.”
Una volta bastava questa immagine per smuovere qualcosa.
Un senso di pietà. Di urgenza. Anche solo per un attimo, ci fermavamo.
Oggi no.
Oggi, semplicemente, li ignoriamo.
Scorriamo. Passiamo oltre. Cambiamo contenuto.
E forse è persino peggio.
Perché prima c’era almeno una reazione, anche se superficiale.
Oggi rischia di non esserci più nemmeno quella.
Non è che il problema sia scomparso.
È che ci siamo abituati.
Alla distanza.
Alle immagini ripetute.
A un dolore che non ci riguarda direttamente.
E così ciò che un tempo ci colpiva, oggi diventa rumore di fondo.
Ma attenzione.
Ignorare non è neutralità. È una forma di scelta.
È decidere, implicitamente, che alcune realtà possono restare fuori dal nostro orizzonte.
Che non meritano attenzione, energia, pensiero.
E questo riguarda non solo l’Africa.
Riguarda il nostro modo di stare nel mondo.
Perché più aumentano le informazioni, più rischiamo di diventare selettivi fino all’indifferenza.
Allora forse il punto non è tornare alla pietà. È recuperare consapevolezza.
Capire. Informarsi. Collegare le storie.
Riconoscere che ciò che accade altrove non è mai completamente separato da noi.
Meno emozione istantanea. Più responsabilità duratura.
Perché tra la compassione superficiale di ieri e l’indifferenza di oggi, forse esiste una terza strada.
Ed è quella che dobbiamo avere il coraggio di costruire.
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