Taranto, la città perduta
- Caricasole Flavio

- 20 mag
- Tempo di lettura: 1 min
Ci sono ferite che un Paese civile non dovrebbe tollerare.
E invece le tolleriamo da anni.
L’impianto siderurgico di Taranto.
La Terra dei Fuochi.
Le aree industriali contaminate di Gela.
Il polo petrolchimico di Priolo.
Le discariche abusive che continuano a emergere in diverse zone del Paese.
Luoghi diversi, stesso schema.
Persone che si ammalano. Comunità esposte a rischi evidenti. Territori compromessi per generazioni.
E una risposta che, nel tempo, si ripete sempre uguale: “non si può intervenire drasticamente, per ragioni economiche e occupazionali”.
Ma davvero questa è l’unica risposta possibile?
Davvero un Paese come l’Italia, con 60 milioni di abitanti, con risorse, competenze, capacità industriale, non è in grado di affrontare e risolvere definitivamente queste situazioni?
Oppure è una scelta?
Perché continuare così significa accettare un compromesso implicito: lavoro in cambio di salute.
Produzione in cambio di vita.
Un compromesso che, se lo guardiamo bene, non dovrebbe essere nemmeno negoziabile.
Allora la domanda è semplice, ma radicale.
Perché non chiudere definitivamente gli impianti più impattanti, bonificare completamente le aree, e avviare un grande piano di riqualificazione?
Non come intervento emergenziale. Ma come progetto strutturale.
Sì, costerebbe.
Sì, richiederebbe tempo.
Sì, imporrebbe scelte difficili.
Ma cosa stiamo pagando oggi?
Costi sanitari.
Perdita di vite umane.
Territori svalutati.
Sfida alla credibilità dello Stato.
e soprattutto, un messaggio pericoloso: che alcune comunità possono essere sacrificate.
Non è solo un tema ambientale.
È un tema etico.
È un tema di giustizia.
Perché un Paese civile non può accettare che esistano zone in cui vivere significhi correre un rischio maggiore.
E finché non affrontiamo davvero questo nodo, non stiamo solo rimandando un problema.
Stiamo scegliendo di conviverci.


