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Articolo140 cresce per passaparola naturale, non per campagne social.

Voti pericolosi: quando il popolo diventa complice di malfattori scesi nell'arena politica

14 ott
Tempo di lettura: 3 min

È una domanda scomoda e forse anche ingiusta, ma una democrazia seria dovrebbe avere il coraggio di porsela.


Come è possibile che intere fasce della popolazione vengano trascinate dentro campagne politiche costruite sulla paura, sulla semplificazione e sulla ricerca continua di un nemico, fino a consegnare il proprio consenso a persone che possono utilizzare quel consenso per perseguire interessi molto lontani da quelli della collettività?


Il problema non è che una persona possa avere un'opinione sbagliata.

La libertà comprende anche il diritto di sbagliare. 

Il problema nasce quando l'appartenenza sostituisce il giudizio e non è più necessario comprendere un problema, conoscerne le conseguenze o confrontarsi con opinioni diverse.

È sufficiente sapere da che parte sta il proprio leader e da che parte stanno i suoi avversari.

A quel punto anche le contraddizioni diventano sopportabili.

Se il leader sbaglia, si trova una giustificazione.

Se mente, si dice che anche gli altri mentono.

Se abusa del proprio potere, si risponde che almeno combatte per la nostra parte.

Il cittadino non giudica più il potere per quello che fa, ma lo difende perché lo sente appartenere alla propria comunità.


È questo uno degli aspetti più pericolosi del populismo.

Ma non credo sia corretto liquidare chi cade in questo meccanismo come ignorante o stupido. Sarebbe troppo semplice.

La propaganda funziona perché incontra paure e problemi reali e perché spesso trova una società nella quale l'informazione è fragile, la cultura politica è insufficiente e la fiducia nelle istituzioni si è già consumata.

Per questo la responsabilità non può essere soltanto del cittadino.

Una democrazia ha il dovere di mettere le persone nelle condizioni di essere realmente libere nelle proprie scelte. 

Una buona scuola, un'informazione indipendente, la cultura, la scienza, istituzioni trasparenti e corpi intermedi capaci di creare confronto non sono elementi separati. Sono parti di quello che chiamiamo Ecosistema della Fiducia.


Perché il voto, da solo, non basta.

Possiamo essere liberi di mettere una scheda nell'urna e, nello stesso tempo, essere profondamente condizionati nel modo in cui interpretiamo la realtà.

La libertà politica non consiste soltanto nella possibilità di scegliere, ma anche nella possibilità di formare liberamente il proprio giudizio.


Ed è qui che emerge una responsabilità che non possiamo eludere.

Il cittadino non è colpevole della propaganda che subisce, ma è responsabile del potere che contribuisce a consegnare.

Non significa punire chi ha votato male e nemmeno togliere diritti a chi è stato ingannato.

Significa riconoscere che la democrazia non finisce nel momento in cui abbiamo votato.

Dopo il voto viene la responsabilità di capire, di verificare, di ascoltare anche chi non appartiene alla nostra parte e soprattutto di essere capaci di cambiare idea quando la realtà dimostra che ci siamo sbagliati.

Perché la storia non viene fatta soltanto da chi governa.

Viene fatta anche dalle società che lo sostengono, lo giustificano e continuano a consegnargli il proprio consenso. 

A volte consapevolmente, altre volte per paura, per appartenenza o semplicemente perché ammettere di essersi sbagliati è molto più difficile che continuare a difendere la propria scelta.

Forse è questa la domanda che dobbiamo lasciare aperta: quando un popolo smette di essere soltanto vittima della propaganda e diventa, anche involontariamente, parte delle conseguenze delle proprie scelte?


Articolo 140 vuole provare a costruire una Repubblica nella quale quella domanda diventi sempre meno necessaria.

Perché una democrazia veramente libera non deve impedire ai cittadini di scegliere. Deve fare in modo che siano abbastanza informati, consapevoli e fiduciosi nelle proprie istituzioni da poter scegliere davvero.

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